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Primi insediamenti nel III e IV secolo
Abbiamo notizie dei primi insediamenti ebraici a Bologna nel III e IV secolo E.V. Da un discorso pronunciato a Firenze nel 393 da Ambrogio, vescovo di Milano, risulterebbe infatti il ritrovamento delle spoglie mortali di Vitale ed Agricola in judeorum solo (cimitero ebraica di Bonomia) in zona Terresotto di San Vitale.

L’esistenza degli ebrei bolognesi fu ricca ma tormentata come quella di tutte le città; inoltre si presenta notevolmente oscura per mancanza di documenti. Rientrati nella città in un anno imprecisato dopo la presunta cacciata del 1171, gli ebrei godettero di un lungo periodo di tregua fino a che, nel 1366, come raccontano certe cronache bolognesi, non furono rinchiusi in un quartiere a parte. Alla fine del secolo li troviamo nuovamente sparpagliati per la città e per il contado, possessori di beni e di case, di cui una trasformata nella più bella sinagoga del tempo. Le poche notizie ritrovate lasciano poi intuire un raggruppamento che fu tra i più eminenti dell’ebraismo italiano fra il Quattro e il Cinquecento.

Sviluppi nel Quattro e Cinquecento
Le prime testimonianze documentate sugli ebrei a Bologna risalgono comunque al XIV secolo. La presenza ebraica in città in questo periodo è strettamente legata (come confermano le fonti) ad una corrente migratoria proveniente da Roma e dall’Italia centro settentrionale. La comunità era formata in prevalenza da nuclei di prestatori che spesso, nel loro peregrinare da un luogo all’altro, venivano chiamati o invitati da governi locali per svolgere la loro opera.
Non è però il caso di Gaio Finzi che al momento risulta essere il primo ebreo ad essersi stabilito in città nel 1353; Gaio Finzi “Judeos de Roma” è infatti segnalato dalle fonti, come strazzario, cioè rivenditore di roba usata.
La sua attività era comune a quella praticata da tante altre famiglie che ben presto approdarono a Bologna, attività che fu quindi considerata professione a tutti gli effetti tanto da essere inserita all’interno di una corporazione il quale nome era : Corporazione dei Drappieri – Strazzaroli – Pegolotti - Vacanti e Giudei.
I vari nuclei familiari, attestati dalla seconda metà del XV secolo, risultano provenienti da Fabriano, Pesaro, Orvieto, Perugia, Macerata e Rimini. Erano dislocati soprattutto nella zona di Porta Ravegnana, Piazza della Mercanzia e Via S. Stefano. Inoltre al commercio dell’usato svolgevano svariate attività, fra cui la già citata attività di prestito, contribuendo così allo sviluppo sociale ed economico della città.
Nella prima metà del XV secolo, Bologna, governata prima dai Pepoli poi dai Bentivogli, già famosa per la presenza dello Studio (l’Università), era forse considerato un centro ebraico importante tanto da essere sede nel 1416 di un congresso di rabbini italiani per concordare una supplica da sottoporre a Papa Martino V. Nel 1417 fu imposto il segno di riconoscimento: una rotella gialla (poi rossa) per gli uomini, un velo giallo (poi rosso) per le donne.
E’ del 1460 la documentazione inerente la presenza di una sinagoga, situata in Cappella S. Bartolomeo (oggi Via S. Vitale 18), nell’abitazione di un certo Jacob di Ancona. Un’altra era presente, nei decenni successivi a cavallo del XVI secolo, in Piazza S. Stefano presso la famiglia Sforno, di provenienza romana. A questa famiglia apparteneva Obadià Sforno (1475-1550), filosofo esegeta della Bibbia, rabbino, filologo e medico, autore dell’opera in ebraico Or amim, tradotto in latino nel 1548 col titolo Lumen Gentium. Organizzò e diresse a Bologna una scuola di studi talmudici (vedere Il curriculum di studi di un allievo ebreo del '500).


Già alla fine del XV secolo l’attività culturale era molto elevata, tanto più che fra il 1477 e il 1482 furono aperte tipografie ebraiche attive fino alla metà del XVI.
Intensi furono i rapporti con lo Studio bolognese. Molti infatti furono gli studenti ebrei laureati in medicina fra ‘4 e 500, e molti anche i docenti chiamati a ricoprire cattedre. Jacov Mantino insegnò medicina su richiesta di Papa Clemente VII. Fra i personaggi di spicco figurano anche Azarià De Rossi e Shemuel Archivolti.
Nel 1488 l’Università di Bologna istituiva una cattedra di ebraico; è probabile ma le fonti non sono ancora chiare, che il docente fosse, se non ebreo, perlomeno appartenente ad una famiglia ebraica.
Risalgono a questo periodo un’edizione della Torà e alcuni incunaboli di Yosef Montero da Ventura e di Abraham ben Haim de Tintori da Pesaro. Altre stamperie ebraiche furono attive in zona S. Nicolò degli Albari.
Fra i testi di preghiera stampati da una società ebraica, il famoso mahazor di Bologna, un testo di preghiere.


La chiusura nel ghetto nel 1556
Nella seconda metà del XVI secolo, la vita degli ebrei bolognesi fu scanditi da diversi avvenimenti, caratterizzati soprattutto dal passaggio nel 1504 dal governo Bentivogli allo Stato Pontificio.
Nel maggio 1566 gli ebrei furono rinchiusi nel ghetto anche se alcune famiglie vi si erano già stabilite; alcuni riuscirono a fuggire a Ferrara e Mantova.
Il Ghetto di Bologna si trovava nel centro della città vicino alle Due Torri ed aveva tre porte: agli sbocchi di via De’ Giudei (dalla parte di piazza Ravegnana), della via del Carro (dalla parte di via S. Donato ora denominata via Zamboni) e del vicolo Tubertini (dalla parte di via Cavaliera ora denominata Oberdan). Era dopo dieci anni circa dalla Bolla “Cum Nimis Absurdum” in cui nel 1555 papa Paolo IV Carafa ordinava l’Istituzione dei Ghetti nei territori pontifici.
I portoni del ghetto si aprivano all’alba e si chiudevano al tramonto, sorvegliati durante la notte da guardiani che dovevano essere pagati dalla Comunità Ebraica.
E’ interessante ricordare che gli ebrei di passaggio a Bologna potevano pernottare solo all’Albergo “Al Cappel Rosso” di via Fusari al n. 9, che ancora esiste. L’albergo veniva chiamato “Cappel Rosso” per il segno che gli ebrei dovevano portare in quel momento.
L’istituzione del Ghetto comportò anche il divieto di possedere immobili e lo svolgimento di tutte le attività commerciali eccetto quella strazaria.

La cacciata degli ebrei dal Ghetto nel 1569

Il 26 febbraio 1569 con la Bolla “hebraeorum Gens sola quondam a Deo dilecta”, emessa dal Papa Pio V Ghisleri, furono cacciati tutti coloro che si trovavano ancora in città e che si dice ammontassero a ottocento. Nel partire dovettero lasciare quarantamila scudi di penale, di cui diecimila alla Casa dei Catecumeni creata l’anno prima.
I fuggiaschi, oltre che verso Roma e Ancona, si diressero verso Pesaro, Urbino, le città della Toscana e del Milanese.
Il decreto di espulsione portò anche come conseguenza l’espropriazione del cimitero situato presumibilmente in via Orfeo, donato dal Papa alle monache del Convento di S. Pietro Martire con l’ordine di abbattere e di disperdere le lapidi.

Il ritorno a Bologna nel 1586

Sotto Sisto V gli ebrei ritornarono in massa a Bologna. Con la Bolla “Christiana Pietas” (22 ottobre 1586) redatta non in latino, ma in perfetto italiano affinché tutti capissero, essi poterono nuovamente abitare dove desideravano, godere dei pieni diritti civili ed andare in giro senza il “segno giudaico”.

La cacciata del 1593
Ma nel 1593 li raggiunse il nuovo bando con la Bolla “Caeca e obdurata” emessa da Clemente VIII. Questa viene tramandato che fossero in novecento ad andarsene e poiché il cimitero era stato distrutto nella precedente espulsione, piamente portarono con sé le ossa dei loro morti e le seppellirono a Pieve di Cento (da notare che questo atto era contrario alla normativa ebraica che vieta il disseppellimento e lo spostamento dei morti). Questa notizia è ricordata soprattutto da Vittore Ravà, storico di ebraismo locale, vissuto nel XIX secolo.
Nel 1639 UrbanoVIII ordinò che tutti gli ebrei dello Stato Pontificio Pontificio fossero concentrati in tre ghetti: a Ferrara, a Lugo e a Cento.


La libertà ritrovata con la liberazione della città da Napoleone nel 1796
Nel settembre 1796, Bologna viene liberata dall’avanzata di Napoleone.
Il Generale Saliceti lancia una proclama da Bologna dal quale garantisce agli Ebrei libertà di culto. Gli ebrei poterono tornare quindi a Bologna, provenendo in prevalenza dalle città vicine: Cento, Modena e Reggio Emilia. Il nuovo gruppo si stanziò spontaneamente nel settore occidentale del centro cittadino fra Piazza Malpighi, Via Lame e Via Marconi. E’ interessante ricordare che a Bologna, sull’Albero della Libertà, vengono messe come simbolo di giustizia, le Tavole della Legge. Immediatamente vengono aboliti tanto l’obbligo della segregazione (ghetto) che quello del segno giudaico.

Bologna torna a fare parte dello Stato Pontificio

Il Congresso di Vienna s’industriò a riportare indietro di un quarto di secolo l’orologio della storia europea e Bologna ritornò a fare parte dello Stato Pontificio.
Nei grossi centri ebraici non erano mantenute quelle posizioni draconiane che sopravvivevano a Roma, ma esistevano disposizioni fastidiose come l’obbligo di assistere alle prediche conversionistiche ed inoltre si andava formando una forte pressione tendente ad ottenere l’abiura. In questa atmosfera si avrà a Bologna il triste caso Mortara.

Il caso Mortara

Nel giugno 1858 un bimbo di sei anni di nome Edgardo, figlio di Momolo Mortara, viene rapito nottetempo dalla sua abitazione per mano della gendarmeria papalina. Trasportato immediatamente a Roma, viene rinchiuso in un istituto religioso cristiano fuori da ogni contatto con i propri genitori. Questi si batterono subito di tutte le loro forze per la restituzione del figlio, ma invano. Ragione addotta era che cinque anni prima una domestica cristiana, in un momento in cui le pareva che il neonato Edgardo da lei sorvegliato fosse in fin di vita, lo aveva segretamente battezzato.
Alla questione s’interessarono calorosamente sovrani cattolici e protestanti d’Europa, personalità e dignitari di tutto il mondo, per indurre la Chiesa a recedere dalla sua presa di posizione, ma i risultati furono negativi. Il Mortara fattosi grande, entrò nell’ordine degli Agostiniani e concluse la sua esistenza dopo aver svolto molte attività come missionario.

L’uguaglianza religiosa nel 1859

Il 12 giugno 1859 Bologna si ribellò allo Stato Pontificio e il 10 agosto viene decretata l’uguaglianza religiosa.
Divenuti cittadini italiani con parità di diritti, gli ebrei italiani esercitano con onore tutte le professioni e ricordiamo Amilcare Zamorani, fondatore del giornale “Il Resto del Carlino”.

Il riconoscimento della Comunità Ebraica di Bologna
La Comunità di Bologna, che teneva le sue funzioni nell’oratorio di via Gombruti fondato dal centese Angelo Carpi nel 1829, viene riconosciuta ufficialmente nel 1911.
Marco Momigliano, piemontese, assunse la cattedra rabbinica dal 1892 al 1899. Si devono a lui i contatti con le istituzioni cittadine per l’attivazione del cimitero ebraico all’interno della Certosa, tutt’ora in uso. Nel suo Autobiografia di un Rabbino cittadino, pubblicata anni or sono da Sellerio, offre con minuziosi particolari, uno spaccato di storia bolognese della fine del XIX secolo (vedere Dopo l'unità d'Italia).
Successore di Momigliano fu Alberto Orvieto che il 14 novembre 1928 inaugurò il nuovo Tempio.


Le tragiche conseguenze della seconda guerra mondiale
Nel 1938, con le leggi razziali, anche per gli ebrei bolognesi vi furono grandi vessazioni. In conseguenza all’espulsione di docenti ed alunni dalle scuole pubbliche, nonché dell’Università, si costituirono, presso la Comunità, le scuole elementari e medie ebraiche, come si legge anche nelle pagine di Giorgio Sacerdoti Memorie di un ebreo bolognese (vedere Ricordi di un'insegnante della Scuola Media Ebraica di Bologna,  Le scuole ebraiche di Bologna, dopo le leggi razzialiLa Scuola Media Ebraica di Bologna, nei ricordi di un’allieva).
Le deportazioni nazi fasciste perpetrate dal novembre 1943 colpirono duramente la Comunità bolognese che ebbe 84 vittime fra cui anche il Rabbino Orvieto (rabbino di Bologna ininterrottamente per 44 anni dal 1899 al 1943) e la moglie Margherita Cantoni.
Il contegno del popolo italiano (salvo poche eccezioni) è veramente esemplare e commovente; molti, consci del pericolo a cui si esponevano, salvano la vita a ebrei italiani e stranieri. Molti ebrei, malgrado le tristi condizioni, cercano di aiutare fratelli d’oltr’Alpe che arrivano numerosi in Italia privi di mezzi e bisognosi di cure. La Delasem (Delegazione Assistenza Emigrati) provede i profughi del necessario. Il giovane Mario Finzi – magistrato e musicista, a cui è intestata la strada del Tempio – lavorerà per la Delasem finché verrà catturato dai tedeschi e deportato in Germania.
Molti ebrei parteciparono attivamente alle lotte della Resistenza; qui a Bologna ricordiamo il giovanissimo Franco Cesana, il più giovane partigiano d’Italia, e l’avvocato Mario Iacchia.

L’immediato dopo guerra
Terminata la guerra, la Comunità di Bologna si riorganizza.
Non erano in molti i componenti della Comunità rimasti in città in data 20 aprile 1945. Fra questi, vi era il prof. Ubaldo Lopes Pegna, che aveva una piccola bottega di cartolaio all’ingresso principale dell’Università in via Zamboni, 33.Lungo la via di Casaglia, presso la famiglia Govoni, erano nascosti gli Albahary. Avevano i documenti falsi, ma erano sempre in pericolo.Giancarlo Sacerdoti riuscì a tornare a Bologna dalla zona di Castiglione dei Pepoli il 22 aprile. Bianca Colbi Finzi con la famiglia il giorno successivo.Si cercò di raggruppare gli ebrei che erano rimasti o stavano tornando a Bologna, per riaprire ufficialmente la sede della Comunità Ebraica, in via Gombruti.Infine pochi ebrei erano tornati a Bologna. Il rabbino era stato deportato e il Consiglio della Comunità non esisteva più.Tuttavia la sinagoga era distrutta e non c’erano locali di riunione (vedere Le prime luci dell’Alba).